Giacomo Cariello

Attrito ed entropia

I miei 2 cents all’ottimo post di Scorfano intitolato piccola apologia dell’attrito:

L’inadeguatezza nell’utilizzo e di certi modelli “semplificati” per descrivere a realtà complesse è un grosso limite, perchè spesso la necessità umana di semplificare per poter comprendere un processo “per intero” fa perdere di vista la sostanza. Diceva Einstein: “Simple as possible, but not simpler”. Non so se sia un limite intellettivo dell’essere umano in generale o un limite di noi esseri umani di oggi e magari domani altri esseri umani riusciranno a risolvere questo problema. In ogni caso, è un problema che affligge tutti. Si pensi a quanto può essere complicato valutare il valore potenziale di un’azienda avendo in mano solo i rendiconti finanziari.

Il concetto di attrito si presta a tutta una serie di metafore utilissime per descrivere il mondo scolastico. Per esempio nei sistemi meccanici che producono attrito, si cerca di adottare dei criteri che permettano di recuperare l’energia spesa in questo modo. Secondo me questo nella scuola non esiste, o almeno esiste molto poco: si fa molta fatica per costruire dei rapporti umani e poi questo “valore” si disperde, considerandolo come un valore semplicemente funzionale a quel ciclo produttivo. Secondo me questo è un limite strutturale, proprio del modello scolastico che vige attualmente, organizzato dalle stesse teste che hanno progettato tutti i servizi pubblici dello Stato. Infatti, a ben guardare, se penso alle similitudini tra la scuola e le poste è tutto un fiorire di metafore e gli studenti sono poco più che pacchi.
Un esempio: spesso gli insegnanti si lamentano delle lacune che i loro studenti si portano appresso dai cicli di studio precedenti, ma non esiste alcun rapporto umano tra tali insegnanti e quelli dei cicli precedenti, al massimo uno sterile rapporto cartaceo nel quale spesso si perde la sostanza (vedi sopra).
Un altro esempio: ho conosciuto ragazzi promettenti che hanno abbandonato il corso di studi e nessuno dalla scuola che abbia fatto una telefonata per chiedere “oh, ma che cazzo stai combinando?”. Chi offre il servizio scolastico è stato istruito a pensare che lui è lì semplicemente per offrire un’opportunità e chi non la sa cogliere, affari suoi. Mi chiedo: come si può costruire una società con degli strumenti così bacati?
Un altro esempio ancora: quando un ragazzo finisce un ciclo di studi, per l’istituto che l’ha promosso il lavoro finisce lì. Ci penserà la società a trovargli un lavoro o a “prenderlo in carico” in un altro ciclo. Il massimo è organizzare qualche incontro di orientamento e un servizio di reclutamento per gli ex-allievi. In pratica quando uno esce dalla scuola, spesso è come se uscisse dal carcere, con un sacco con le proprie cose e le porte di metallo del carcere dietro di sé, senza avere un’idea di cosa fare della propria vita. Chi è in gamba si cerca un posto all’estero, molti altri finiscono a fare i commessi ai grandi magazzini o gli addetti nei call-center.

In definitiva, è come avere un auto con un motore potente, ma che ha una sola marcia, uguale per tutti: si spende tanta energia per partire, si consuma tantissimo, c’è un alto livello di usura dei componenti e c’è chi va fuori coppia subito e chi in coppia non ci arriverà mai.

Nel mio settore, lo sviluppo di software, ultimamente si parla molto di “agile development”, ovvero di cambiare radicalmente le strategie di produzione in modo tale da favorire le interazioni sociali e la collaborazione piuttosto che la stesura di tonnellate di documentazione progettuale che nessuno sarà in grado di leggere. Questo è il manifesto dell’agile development. Vorrei sapere quanto c’è di “agile” nella scuola. E’ questa la mancanza di contenuti che mi spaventa di più.

P.S.: quando parlo di modello scolastico “statalista”, considero anche le scuole private come facenti parte di tale modello, giacchè è lo Stato a richiedere che esse vi si conformino.

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