Giacomo Cariello

Sull’onnipotenza di Dio e di root

Per chi mette la logica al di sopra della fede, la prova classica dell’inesistenza di Dio verte sul concetto che un Dio onnipotente non potrebbe creare un’entità che sfugga al proprio controllo. E’ una dimostrazione che deriva direttamente dal cuore della struttura del pensiero umano: il principio di non contraddizione.
Nell’informatica, che è una figlia praticona della logica, lo stesso concetto è applicabile ad un soggetto che spesso si fa chiamare Dio: l’amministratore di sistema.
Se un amministratore di sistema ha ricevuto accesso completo ad un sistema, egli non ha modo di limitare il proprio potere su quest’ultimo, a meno che non ricorra ad un soggetto esterno su cui non esercita il proprio controllo. Il paradosso sta nel fatto che anche questo soggetto esterno, a sua volta, sarà dotato di un amministratore di sistema, percui in definitiva non esiste un modo efficace di custodire i custodi, senza rendere il suddetto sistema inutilizzabile.
Di solito a questo punto del discorso, qualcuno alza la mano e interviene “Ma non c’è uno strumento tecnologico che permetta all’amministratore di autolimitarsi?”. Ecco, esistono tutta una serie di paliativi, che danno l’illusione che ciò sia possibile, ma se volete la verità nuda e cruda e non la favoletta, senza cedere parte del proprio potere ad un altro soggetto, non c’è limitazione che non possa essere sconfitta avendo accesso fisico e logico illimitato. Non sta nella capacità del soggetto, ma nella logica delle cose.
E’ anche possibile che esistano soggetti con alcuni privilegi specifici e limitati, ma al di sopra di essi esisterà sempre un Dio, o root, con privilegi illimitati.
In questi giorni è stato pubblicato un articolo di Repubblica.it sul tema delle nuove normative per gli amministratori di sistema emanate dal Garante della privacy. In questo articolo, viene citato un intervento di Elio Molteni, presidente dell’associazione italiana sicurezza informatica, che elogia gli strumenti di controllo degli accessi, sostenendo che sono la panacea contro lo strapotere degli amministratori di sistema, vere e proprie “mine vaganti” secondo Molteni.
Il fatto è che questi software sarebbero installati, configurati e gestiti da chi dovrebbe essere controllato. In altri termini, se uno vuole fare il furbo, ha tutte le occasioni. Anche ammesso che il risultato di questi controlli fosse conservato fuori dalla sua portata (una stampante a modulo continuo controllata a vista dalla sicurezza, una memoria non sovrascrivibile, un server remoto presso un altra azienda, etc), finchè la produzione di tali log sarà sotto il diretto controllo del controllato, Elio Molteni potrà difficilmente dormire sonni tranquilli.
D’altra parte Molteni lavora per un’azienda che vende questi “software di controllo”, e pure lui deve sbarcare il lunario come può. L’uscita di questa normativa del Garante ha moltiplicato l’offerta di soluzioni per l’auditing degli amministratori, ma come c’insegna Philip Dick in The Minority Report, c’è una bella differenza tra guardare e capire.
La realtà dei fatti è che alla base del rapporto tra amministratore di sistema ed utenti c’è sempre la fiducia. La fiducia che l’amministratore abbia un codice etico e lo rispetti, la fiducia che, nonostante egli abbia i privilegi di Dio, tenga sempre a mente che a maggiori privilegi corrispondono maggiori responsabilità.
L’articolo di Repubblica.it parla di “occasione che fa l’uomo ladro” e di aziende a rischio, tuttavia come datore di lavoro e come utente mi sento molto più tranquillo sapendo che chi sorveglia i miei server si comporta da onesto, ma con gli occhi del ladro.
Se invece guardo a questi ultimi 10 anni come amministratore di sistema, mi rendo conto che la minaccia principale alla salvaguardia dei dati personali degli utenti sono i datori di lavoro o committenti che pretendono dai loro amministratori di sistema delle pratiche che sono nettamente in contrasto con l’etica di questo lavoro. Sarebbe pertanto più utile che il Garante si concentrasse sulla definizione di un codice etico per gli amministratori di sistema e su una direttiva che li sottragga, per quanto è possibile, dall’influenza dei loro capi eticamente scorretti.

Lista civica di Beppe Grillo a Padova

In vista della tornata elettorale delle comunali del 2009, a Padova è in via di costituzione una lista civica di Beppe Grillo.
Nonostante io abbia sostenuto molte delle battaglie portate avanti dai grilli, non me la sento di partecipare a questo progetto, in quanto ritengo che la creazione di una vera alternativa alle attuali coalizioni possa sorgere solamente costruendo un soggetto politico con una struttura in grado di gestire adeguatamente il proprio dialogo interno, senza inceppare la struttura esecutiva.

In questo caso ho l’impressione che, complici i tempi serrati della campagna elettorale e il ritardo accumulato nella definizione del gruppo di lavoro, all’interno della componente attiva della lista avverrà un appiattimento sulle posizioni della maggioranza interna, riducendo lo spazio di mediazione ai minimi termini e adottando soluzioni adatte ad un percorso di breve periodo.

Non mi resta che augurare a coloro che continueranno su questo percorso di non creare un costrutto privo della necessaria capacità esecutiva (vedi la clip).

P.S: la clip è tratta dal film Mio fratello è figlio unico.

Far scomparire la monnezza, the Italian way

Torno in ufficio oggi pomeriggio, dopo la pausa pranzo e trovo sulla mia scrivania l’ultimo numero di Spectrum, il mensile ufficiale della IEEE, una delle più importanti associazioni internazionali di categoria degli operatori tecnologici.

Leggendo il sommario, noto un articolo che parla di noi. Di noi Italiani. Il tempo di sfogliare qualche pagina e di leggerne le prime righe e capisco: la soluzione adottata dal Governo per far scomparire la monnezza è, ancora una volta, spedirla il più lontano possibile e chi se ne frega. In questo caso, si tratta di monnezza altamente radioattiva e com’è ovvio visti i precedenti, fioccano i dubbi sulla reale composizione di ciò che sarà spedito oltremare.

Due semplici considerazioni:

  1. Perchè i giornali italiani non danno risalto alla questione? Mi viene in mente un certo discorso sui cani da guardia e i cani da riporto…
  2. E’ possibile che in queste condizioni ci sia ancora chi sostiene che un ipotetico impegno “nucleare” da parte dell’Italia sarebbe fattibile?

Innocenti per definizione

L’articolo 27 della Costituzione Italiana recita così:

L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Il senso di questo comma è semplice: non si può far scontare una condanna a qualcuno finchè il giudizio non è definitivo. E’ una garanzia sacrosanta che ci protegge dal rischio di essere sottoposti ad una pena senza un giusto processo.

Da un po’ di tempo a questa parte, tuttavia, il senso di questo articolo è stato stravolto: secondo l’interpretazione di alcune cariche dello Stato, questo articolo sarebbe l’architrave di un presunto diritto ad essere considerati puri come dei gigli finchè non viene pronunciata una sentenza di condanna in Cassazione. Una sorta di obbligo coatto d’opinione.

Questo presunto diritto, nella mente dei suoi sostenitori, esisterebbe a prescindere dal fatto che le azioni spregievoli di cui si è accusati siano accertate in atti processuali, o siano sotto gli occhi di tutti, o siano state ammesse dagli imputati stessi o semplicemente rimangano impunite per una questione di prescrizione o di qualche cavillo o legge ad personam.

I sostenitori di questa scuola di pensiero ritengono che se non c’è una condanna penale definitiva, non c’è nemmeno una colpa morale da espiare, e quindi nulla di cui vergognarsi. Insomma, se non è “penalmente rilevante”, non è nemmeno riprovevole.

Calabrò dell’Autorità per le Garanzie nelle Comuniazioni, sostiene che “l’informazione non può diventare gogna mediatica né spettacolarizzazione ispirata più all’amore per l’audience che all’amore per la verità”. Peccato, caro Calabrò, che proprio per amore della verità non ci si può adattare a questo sistema che pretenderebbe di considerare i processi come semplici procedimenti di amministrazione della giustizia e non come elementi della vita civile del nostro paese che alimentano il giusto senso di indignazione dell’opinione pubblica verso coloro che hanno compiuto azioni moralmente riprovevoli, oltre che eventualmente sanzionabili.

L’anno del boomerang

Premesso che se ci sono università come la Columbia University che invitano e danno spazio a personaggi come Ahmadinejad, tutto il resto è una bazzecola, mi pare giusto fare qualche considerazione sulla questione di Ratzinger invitato alla Sapienza.

Punto primo: la questione della “percentuale” di renegades sollevata da Diamanti su Repubblica mi pare poco significativa: la percentuale di coloro che partecipano attivamente alla vita politica di questo Paese è talmente bassa, che anche quel 2,8% è un risultato eccezionale e quindi rilevante per gli organi di informazione. Se quando il Parlamento Italiano fa qualche porcata, il 2,8% degli Italiani scendesse in piazza a protestare, altro che V-Day!

Punto secondo: a mio avviso, la questione del laicismo dell’università è stata mal interpretata. Il punto non è che una università “laica” non possa invitare un rappresentante religioso. Se il rettore della Sapienza avesse invitato il Dalai Lama, penso che nessuno si sarebbe scandalizzato. Il problema è questo rappresentante religioso, per ciò che rappresenta. E non perchè alla Sapienza si annidino le bestie di Satana o per qualche altra fesseria della propaganda vaticana.

La questione è molto semplice: il Papa non è solo il custode della fede, ma è il capo di un’organizzazione non democratica che agisce attivamente contro gli interessi della scienza. E’ contro gli interessi della scienza quando sfrutta lobbies di potere per far approvare leggi che limitano la ricerca scientifica o per ottenere che la non-scienza sia insegnata al posto della scienza nelle scuole, e non stiamo parlando della Chiesa di cento, cinquecento o mille anni fa.

Penso che i professori che hanno firmato il famoso j’accuse indirizzato al rettore, si siano stufati di dover giocare in difesa, rispetto ad un fenomeno che per altre religioni viene chiamato integralismo e che ha delle ripercussioni concrete sul futuro della scienza e in generale della cultura in Italia.

Il Papa, in compenso, ha dalla sua gli insegnamenti dei Vangeli: quando sei in mezzo ai lupi, sii candido come le colombe e astuto come un serpente. Abbastanza astuto da fare la parte della pecora indifesa.

P.S.: Addio Bobby. Gli USA ti avranno sulla coscienza per sempre.

Io non dimentico

Noto con un certo rammarico che delle tante attività promosse da Beppe Grillo, una si è purtroppo arenata: si tratta del “Comitato per la difesa della rete” da lui ipotizzato verso la fine del 2006. A parole l’iniziativa avrebbe dovuto partire a gennaio 2007, ma per ora tutto tace.

L’iniziativa prevederebbe la fondazione di un’associazione che dia assistenza legale a persone e organizzazioni che sono vittime di vessazioni giudiziarie a causa del fatto che svolgono attività in rete che pregiudicano i meccanismi di tecnocontrollo messi in atto dal potere politico e dai grandi interessi finanziari, come ad esempio il caso di Sky contro Luca De Maio, o che utilizzano la rete per pubblicare materiale “scomodo”, come nel caso di Trenitalia contro Autistici.

Visto che il primo comandamento di Grillo è “non aspettare che la soluzione piova dal cielo”, ho deciso di sondare la disponibilità di tutti gli interessati a questo progetto, in modo che veda la luce il prima possibile.

Se l’idea ti interessa e desideri partecipare all’iniziativa, invia un messaggio a info@cyberiade.it e segnala la tua disponibilità, oppure lascia un commento a questo post.

Grilletto facile?

A riguardo del caso di omicidio di Gabriele Sandri, ucciso da un proiettile sparato da un agente della Polizia Italiana per una “leggerezza imperdonabile”, il capo della Polizia Antonio Manganelli ha dichiarato:

“sono quegli eventi assolutamente imprevedibili, quegli errori inescusabili che non si scongiurano”

Detto così, pare una tragica fatalità, unica nel suo genere. Facendo però una ricerca sul web, si possono mettere assieme un mosaico di morti e feriti che disegna tutto un altro scenario.

Dai titoli dei giornali:

Repubblica.it: 28/10/2007
Il giovane ucciso al posto di blocco
indagati per omicidio tre carabinieri

Pasquale Guadagno, 20 anni, incensurato, era su un’auto (risultata rubata) con 2 amici
All’alt dei militari non si sono fermati. L’inseguimento, poi la sparatoria
Tre carabinieri sarebbero indagati per l’omicidio di un giovane napoletano incensurato, Pasquale Guadagno, ucciso per non essersi fermato a un posto di blocco, ieri sera a Somma Vesuviana.

Repubblica.it: 27/05/2006
Napoli, vigili urbano spara
Colpito un ragazzo di 13 anni

Era su una moto che non si è fermata ad un posto di blocco
Arrestato il guidatore: “Voleva investire gli agenti”

Repubblica:it 02/02/2002
Roma, carabiniere spara
ucciso un giovane rom

L’auto su cui era a bordo ha forzato il posto di blocco
Secondo i militari avrebbe cercato di investirli
La vittima, 16 anni, era con altre tre persone
Lo hanno lasciato all’ospedale e sono fuggiti

Repubblica.it: 30/07/2000
Taranto: Quindicenne ferito dalla Polizia
Il ragazzo, alla guida dell’auto del padre, non si è fermato a un posto di blocco. Colpito di striscio da un proiettile, se la caverà in pochi giorni
Un posto di blocco, un ragazzino che non si ferma. C’è mancato poco perché a Taranto non si replicasse la tragedia di Napoli quando, il 21 luglio scorso, Mario Castellano è morto fuggendo proprio all’alt della polizia.

Repubblica.it: 21/07/2000
Napoli, senza casco fugge all’alt
il poliziotto spara e lo uccide

Un ragazzo di 17 anni incensurato. L’agente avrebbe usato
la pistola dopo l’applauso ironico di alcuni passanti
Il Questore: “Un colpo partito non si sa come. Ma non è fatalità”
Il padre lo aveva sgridato: “Un’altra multa e ti ritiro il motorino”

In ciascuna di queste situazioni, il teatrino si ripete. “Bufera sulla polizia”, il ministro dell’interno pro tempore dichiara “Un fatto ingiustificabile”, il Capo della Polizia ritiene che “Se questo fosse vero, sicuramente sarebbe un fatto di estrema gravità”, il sindacato di categoria denuncia il clima di linciaggio morale contro gli agenti “Non strumentalizzare l’episodio”. Poi dopo qualche giorno, tutto torna alla normalità e il countdown della prossima vittima riparte.

Forse è ora di mettere da parte la storiella dei casi isolati e ripulire le forze dell’ordine da quegli elementi che si credono l’ispettore Callaghan o peggio.

Privacy Panico?

Abituato sempre di più dall’attuale normativa a percepire il concetto di privacy come un ulteriore strato di burocrazia che ricopre ogni aspetto della vita civile, l’italiano medio ormai ha sviluppato una patologia: la crisi di panico da privacy. Sempre più spesso, sento pronunciare frasi sulla presunta necessità del “consenso” a sproposito, per attività che riguardano tipicamente ambiti di comunicazione che non sono oggetto della normativa sulla privacy o che sono garantiti dalla Costituzione, a prescindere dall’eventuale consenso degli interessati.

A questo punto vale la pena di fare un po’ di chiarezza, giacchè questa patologia ha assunto una dimensione tale da compensare la potenziale tranquillità di essere protetti nelle proprie faccende private con la mancanza di serenità che deriva dal vivere la propria vita temendo di dover chiedere il consenso a qualcun altro.

Innanzitutto, il cosiddetto “Codice in materia di protezione dei dati personali” specifica che:

Il trattamento di dati personali effettuato da persone fisiche per fini esclusivamente personali e’ soggetto all’applicazione del presente codice solo se i dati sono destinati ad una comunicazione sistematica o alla diffusione. Si applicano in ogni caso le disposizioni in tema di responsabilita’ e di sicurezza dei dati di cui agli articoli 1 e 31.
Dlgs 196/2003, art. 5, comma 3

Vi stavate chiedendo se conservare i filmini della prima comunione dei vostri figli potesse essere considerato illegale? Ora avete la risposta.

Passiamo a parlare di argomenti più spinosi, come ad esempio la possibilità di fare informazione pur non essendo dei professionisti del settore. Qui ci viene in aiuto l’articolo 136 del suddetto Codice, che recita:

Art. 136
(Finalita’ giornalistiche e altre manifestazioni del pensiero)
  1. Le disposizioni del presente titolo si applicano al trattamento:
    1. effettuato nell’esercizio della professione di giornalista e per l’esclusivo perseguimento delle relative finalita’;
    2. effettuato dai soggetti iscritti nell’elenco dei pubblicisti o nel registro dei praticanti di cui agli articoli 26 e 33 della legge 3 febbraio 1963, n. 69;
    3. temporaneo finalizzato esclusivamente alla pubblicazione o diffusione occasionale di articoli, saggi e altre manifestazioni del pensiero anche nell’espressione artistica.

Quindi, anche se non siete giornalisti iscritti all’albo, potete comunque disporre dei medesimi diritti di un giornalista per quanto concerne il trattamento dei dati personali, a patto che la finalità sia di diffondere informazioni o espressioni del pensiero.

Entrando nel merito, a chi sfrutta il diritto di cronaca e la libertà di espressione garantita dalla Costituzione, sono garantiti alcuni diritti. In particolare, secondo l’articolo 137 del suddetto Codice, il titolare del trattamento non è soggetto ad autorizzazione da parte del Garante, esclude le restrizioni imposte sui dati giudiziari e:

Il trattamento dei dati di cui al comma 1 e’ effettuato anche senza il consenso dell’interessato previsto dagli articoli 23 e 26.
Dlgs 196/2003, art. 137, comma 2
In caso di diffusione o di comunicazione dei dati per le finalita’ di cui all’articolo 136 restano fermi i limiti del diritto di cronaca a tutela dei diritti di cui all’articolo 2 e, in particolare, quello dell’essenzialita’ dell’informazione riguardo a fatti di interesse pubblico. Possono essere trattati i dati personali relativi a circostanze o fatti resi noti direttamente dagli interessati o attraverso loro comportamenti in pubblico.
Dlgs 196/2003, art. 137, comma 3

Appare quindi evidente che i cittadini hanno piena libertà di pubblicare materiale relativo ad eventi pubblici ai quali hanno partecipato, comprese le eventuali riprese video, se la finalità è di informare il pubblico sulle attività pubbliche ed istituzionali dei partecipanti, come già sancito dal Garante della Privacy nel 2002. Nel caso di riprese video, l’importante, come al solito, è informare preventivamente i partecipanti e tenere conto che per le finalità giornalistiche si applicano le stesse norme di carattere deontologico che tipicamente riguardano i professionisti del settore.

Code of Practice

La morte di Enzo Biagi ha dato un ulteriore spunto di discussione pubblica sulle regole che in modo diretto o indiretto controllano il mondo dell’informazione. Tra queste regole, ci sono quelle che dovrebbero definire il codice di condotta dei giornalisti. Vediamo un po’ di affermazioni in merito (non resisto alla citazione in stile Carta Canta):

Il Consiglio nazionale (dell’Ordine dei Giornalisti, ndr) ritiene che su questa materia (la pubblicazione delle intercettazioni, ndr) non debbano essere fatte nuove leggi, le quali costituirebbero un obbiettivo limite al diritto di cronaca; afferma che il problema è di natura deontologica e merita ulteriori approfondimenti.”, fonte: ANSA, 5 luglio 2007.
“Nel diritto interno i canoni per trovare un equilibrio sono la legge sulla privacy e il codice deontologico dei giornalisti, che fornisce tracce molto chiare…(omissis)…spesso le risposte si trovano nelle prassi che si determinano e nella funzione giurisdizionale dello Stato. Scrivere le norme è facile, applicarle è più difficile e questo attribuisce a chi lo fa una grande responsabilità”, Giuliano Amato, 18 ottobre 2007, conferenza “Diritto alla privacy e notorietà della persona”, fonte: Adnkronos.
“A qualcuno sarà forse venuto in mente che in quello studio (di Porta a Porta ndr), da anni, si tuona contro i pm che osano intercettare i galantuomini che intascano mazzette, aiutano la mafia, scalano illegalmente banche, truccano campionati; e contro i giornalisti che osano parlarne. Ecco, sono quelle le vere violazioni della privacy. Sfrucugliare nelle cartelle cliniche dei privati cittadini è roba da Pulitzer”, Marco Travaglio, 25 ottobre 2007, L’Unità.
“Il prossimo V-day sarà sull’informazione, chiederemo di eliminare i finanziamenti pubblici all’editoria e di abolire l’albo dei giornalisti”, Beppe Grillo, 27 ottobre 2007, www.beppegrillo.it.

Incuriosito dalla questione etica, decido di approfondire la conoscenza visitando il sito dell’Ordine dei Giornalisti, nella sezione “Etica”. Clicco su “La carta dei doveri del giornalista”, et voilà…404, Impossibile trovare il file o la directory. Già questo mi pare sintomatico. Continuando la navigazione, trovo finalmente “Il Codice Deontologico”, che è pieno di interessanti dichiarazioni di principio, ma sfortunatamente pur citando spesso e volentieri l’interesse pubblico, non chiarisce minimanente di cosa si tratti, e in ogni caso non c’è alcun riferimento all’uso di intercettazioni. E’ difficile applicare una regola, se questa è piena di termini relativi e dal significato opinabile e forse è per questo che Amato parla di “grande responsabilità nell’applicazione delle regole”: se le regole non pongono limiti chiari, l’arbitro può agire a suo piacimento.

Man mano che proseguo nella lettura, la domanda sorge spontanea: se il rapporto tra privacy e interesse pubblico è tanto tormentato in Italia, dove c’è un codice deontologico (vecchio di quasi 10 anni), un organo di autocontrollo dei giornalisti (che a quanto pare soffre delle stesse malattie di cui sono ammalati tutti gli ordini professionali) e una normativa sulla privacy tra le più rigorose in Europa (almeno a parole), cosa succede negli altri paesi?

Per soddisfare la mia curiosità, cerco informazioni sulla situazione del Regno Unito, madrepatria del giornalismo europeo e dei tabloid scandalistici, e scopro che l’editoria inglese aderisce al 97% ad un “Code of Practice” sancito dalla Press Complaints Commission. Si tratta di una commissione indipendente che ha lo scopo di mantenere alti gli standard di accuratezza, professionalità ed etica della stampa britannica. Il codice è stato introdotto nel 1991 e periodicamente aggiornato al fine di mantenerlo al passo con i tempi e l’ultimo aggiornamento risale a pochi mesi fa. Inoltre, la suddetta commissione ha anche lo scopo di garantire il rispetto del Code of Practice e di risolvere gratuitamente i casi di violazione segnalati dai cittadini, tipicamente entro 35 giorni lavorativi, ottenendo, a seconda della gravità della violazione, la pubblicazione di una rettifica o di una lettera di scuse del direttore o ancora la correzione degli archivi giornalistici inesatti.

Leggendo il Code of Practice inglese, mi sono reso conto che, a differenza del codice deontologico italiano, non si tratta di un proclama generico sull’etica del giornalismo, ma di linee guida chiare e precise che individuano i canoni del comportamento in modo pragmatico e poco soggetto ad interpretazioni. Per questo motivo ho deciso di riportare una traduzione in italiano del testo originale, sperando che qualche mente illuminata possa trarne degli spunti di riflessione su come si scrivono le regole.

La bancarotta del DNA

Ripubblico un articolo firmato da Giuseppe Aiello sulla vicenda del barman inglese incolpato ingiustamente di un omicidio a causa di un riscontro fasullo nella banca del DNA. Speriamo faccia riflettere.

La mattina del 19 agosto 2002 la signorina A.V. di anni 24 (oppure 22, a seconda dei giornali) se ne stava per fatti suoi nella pineta di Campolecciano (oppure Chioma), ferma in auto con S.P. di anni 39, e mai avrebbe sospettato – e men che meno desiderato – che suo destino sarebbe in breve stato quello di trovarsi al centro di una complicata questione scientifico-poliziesca internazionale. Secondo ciò che riportarono i giornali del racconto dell’unico testimone (S.P.) pare che i fatti siano questi: un giovanotto biondo e aitante si avvicina munito di pistola e,  parlando con difficoltà una lingua incomprensibile (oppure calmo e silenzioso esprimendosi a gesti) richiede dei soldi ai due, ottiene 120 euro e poi spara uccidendo A.V. A questo punto S.P. e il rapinatore ingaggiano una lotta relativamente cruenta durante la quale il rapinatore si prende una pietrata in faccia, perde la pistola che S.P. userà per sparare in aria, perde gli occhiali, perde un ciondolo, capelli, sangue etc. e poi riesce a scappare.

A causa del fotokit e della pistola usata, una Makarov russa, le guardie cominciano a cercare il responsabile tra ragazzi dell’est europa e due mesi dopo arrestano a Capalbio un rumeno (oppure ungherese) clandestino, senza fissa dimora, che va spesso a Livorno e, soprattutto, viene riconosciuto al 90% da S.P. Se lo tengono una settimana. Purtroppo (per le guardie) il suo datore di lavoro gli garantisce un alibi (oppure il suo dna non corrisponde a quello ritrovato, sempre a seconda dei giornali) e quindi lo devono rilasciare (e t’è andata bene, biondo).
Un delitto che rischia di rimanere impunito, ma è a questo punto che entrano in campo, anzi, in laboratorio, le forze dell’ordine in camice bianco, la tecnobiologia al servizio della legge.
I carabinieri della sezione di biologia del Reparto Investigazioni Scientifiche di Roma si mettono al lavoro sui reperti biologici trovati sulla scena del delitto e, utilizzando il metodo elaborato dall’Fbi ed entrato nella pratica investigativa delle polizie europee, elaborano un infallibile identikit genetico dell’assassino. Il Combined dna index system (Codis) individua 13 regioni del codice genetico di reperti biologici che caratterizzano senza alcuna possibilità di errore la persona alla quale appartengono, con l’unica possibile eccezione di un eventuale gemello omozigote, che sarebbe dotato dello stesso corredo cromosomico.
Ora, avendo in mano l’identikit perfetto servirebbe il proprietario di quei geni, che non si trova. Siccome però viviamo in era di globalizzazione ecco che il profilo genetico dell’assassino viene mandato in circolazione nella rete della criminalpol per il confronto con gli schedari delle banche dati del dna europee per verificare l’improbabile eventualità che in qualcuna di queste ci fosse traccia dei cromosomi del malfattore.
Agli inizi del febbraio 2003, contro ogni ragionevole previsione, risponde Scotland Yard: abbiamo individuato il criminale, non è né rumeno né ungherese, è inglese, ha 23 anni (oppure 19) e si chiama Peter Neil Hamkin.

Il diabolico Hamkin era stato schedato dalla polizia inglese per essere stato fermato in stato di ebbrezza alla guida di una Rover verde: la stessa macchina che alcuni testimoni hanno visto allontanarsi dalla zona del delitto e che aveva una targa gialla con i numeri in rilievo, insomma una targa inglese. Uno si potrebbe chiedere perché un barista di Liverpool vada a fare rapine da 100 euro in una pineta toscana, ma come sapete il male conosce infinite strade e poche ragioni. Sono i fatti quelli che contano e conta la somiglianza con il fotokit: – La fronte è più stretta di 3 millimetri, ma incarnato, capelli biondi e aspetto sono esattamente gli stessi – disse il colonnello dei carabinieri Michele Tunzi. A chi obiettava che, chissà, magari l’identificazione non era così sicura i carabinieri rispondevano: – No, al 99,9 periodico percento.
Le forze dell’ordine erano in giustificato orgasmo, infatti avevano risolto un caso che dimostrava: a - la competenza scientifica dell’arma; b - che alcuni casi si possono risolvere solo attraverso tale competenza scientifica che va potenziata con massicci investimenti e soprattutto con l’istituzione anche in Italia di una banca dati come quella britannica, grazie alla quale il demoniaco rapinatore assassino d’oltremanica, arrestato mentre era al bancone, era definitivamente spacciato.
Oddio, spacciato, per la verità qualche problemino c’era.
1 - Hamkin asseriva di non essere mai stato in Italia e il suo nome in effetti non risultava da nessunissima parte, albergo, pensione, campeggio o altro;
2 - nessuno aveva visto né lui né la sua auto;
3 - Hamkin sosteneva che quella sera era a lavorare, e siccome purtroppo (sempre per le guardie) di mestiere non fa il guardiano del faro ma il barista ha almeno venti testimoni che possono confermarlo;
4 - vabbe’ – dice – ma il fattaccio è successo ad agosto, l’arresto è a febbraio, può darsi che lui sia venuto giusto a fare una scappatina in toscana – un paio di rapine, pistolettare una fanciulla e poi tornare a mescere cervogia. Chi vuoi che si ricordi, dopo mesi, che è mancato uno o due giorni. Sì, però anche così ci sono degli inconvenienti, perché l’assassino si era beccato una pietrata in faccia, che già lascia evidenze piuttosto durature e inoltre (tutte le fortune, l’astuto Hamkin) il suo datore di lavoro proprio il 19 agosto 2002 era dovuto andare al funerale di un parente e dunque al bancone del Beckley’s pub di Litherland c’era proprio lui – venti testimoni contro un’analisi;
5 - non risultano gemelli omozigoti di Hamkin.
Il nostro ex indubbio assassino viene scarcerato dietro una cauzione di 10.000 sterline, alla sua colpevolezza pare non credere più nessuno. Nessuno?
Composta reazione dell’Arma dei Carabinieri: – “Tentano solo di proteggere e favorire un loro connazionale” – “un testimone si può comprare, la prova del DNA no”.
Come dire, fedeli nei secoli.

A questo punto si rifà la prova del dna e, guarda caso, questa volta la certissima prova positiva risulta negativa (che le certissime prove scientifiche abbiano forse subito qualche condizionamento quando hanno saputo dei 20 testimoni? Ma no, che malpensanti siete…), anzi quasi negativa, qualcuno dice che l’assassino potrebbe essere un parente di Hamkin.
Ora a parte la brillante figura rimediata dalle forze dell’ordine e dei loro reparti scientifici, le domande sono: perché nessuno ha spiegato com’è che fallisce un metodo infallibile? Che interessi di potere politico ed economico ci sono dietro la costituzione di una banca dati? È chiaro quali nuove possibilità di produzione di “prove” hanno in mano polizia, magistratura, servizi segreti e varia compagnia? E soprattutto, se invece di essere un barista inglese si fosse trattato di un pecoraio ciociaro, me lo dite quand’è che Hamkin usciva di galera?
A questo punto non ci resta che confidare nella buona sorte e non accettare offerte per impieghi troppo solitari – quando tutta la popolazione sarà schedata scherzetti del genere potranno capitare davvero a chiunque.
A proposito, se non lo sapete gli archivi stanno diventando progressivamente più estesi, in Gran Bretagna hanno già un milione di profili e da un po’ schedano pure i neonati. In Italia le pressioni per realizzare un archivio del dna sono sempre maggiori.
Ad esempio, il 27 marzo 2003, il sap (sindacato autonomo di polizia) appoggiando un ddl presentato al senato sosteneva, attraverso l’ansa, che: «La banca dati del Dna è infatti utile sia per evitare errori giudiziari (è il caso del barman inglese Peter Neil Hankin, accusato di essere l’assassinio di Annalisa Vicentini e scagionato dal test del Dna), sia su fronte della prevenzione generale e della pubblica sicurezza.»
Capito? Hamkin non è stato incastrato dal test del dna, bensì ne è stato scagionato. (omissis)

Giuseppe Aiello
(originariamente pubblicato su Contropotere n. 27 [anno 3], Ottobre 2004)

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