Per chi mette la logica al di sopra della fede, la prova classica dell’inesistenza di Dio verte sul concetto che un Dio onnipotente non potrebbe creare un’entità che sfugga al proprio controllo. E’ una dimostrazione che deriva direttamente dal cuore della struttura del pensiero umano: il principio di non contraddizione.
Nell’informatica, che è una figlia praticona della logica, lo stesso concetto è applicabile ad un soggetto che spesso si fa chiamare Dio: l’amministratore di sistema.
Se un amministratore di sistema ha ricevuto accesso completo ad un sistema, egli non ha modo di limitare il proprio potere su quest’ultimo, a meno che non ricorra ad un soggetto esterno su cui non esercita il proprio controllo. Il paradosso sta nel fatto che anche questo soggetto esterno, a sua volta, sarà dotato di un amministratore di sistema, percui in definitiva non esiste un modo efficace di custodire i custodi, senza rendere il suddetto sistema inutilizzabile.
Di solito a questo punto del discorso, qualcuno alza la mano e interviene “Ma non c’è uno strumento tecnologico che permetta all’amministratore di autolimitarsi?”. Ecco, esistono tutta una serie di paliativi, che danno l’illusione che ciò sia possibile, ma se volete la verità nuda e cruda e non la favoletta, senza cedere parte del proprio potere ad un altro soggetto, non c’è limitazione che non possa essere sconfitta avendo accesso fisico e logico illimitato. Non sta nella capacità del soggetto, ma nella logica delle cose.
E’ anche possibile che esistano soggetti con alcuni privilegi specifici e limitati, ma al di sopra di essi esisterà sempre un Dio, o root, con privilegi illimitati.
In questi giorni è stato pubblicato un articolo di Repubblica.it sul tema delle nuove normative per gli amministratori di sistema emanate dal Garante della privacy. In questo articolo, viene citato un intervento di Elio Molteni, presidente dell’associazione italiana sicurezza informatica, che elogia gli strumenti di controllo degli accessi, sostenendo che sono la panacea contro lo strapotere degli amministratori di sistema, vere e proprie “mine vaganti” secondo Molteni.
Il fatto è che questi software sarebbero installati, configurati e gestiti da chi dovrebbe essere controllato. In altri termini, se uno vuole fare il furbo, ha tutte le occasioni. Anche ammesso che il risultato di questi controlli fosse conservato fuori dalla sua portata (una stampante a modulo continuo controllata a vista dalla sicurezza, una memoria non sovrascrivibile, un server remoto presso un altra azienda, etc), finchè la produzione di tali log sarà sotto il diretto controllo del controllato, Elio Molteni potrà difficilmente dormire sonni tranquilli.
D’altra parte Molteni lavora per un’azienda che vende questi “software di controllo”, e pure lui deve sbarcare il lunario come può. L’uscita di questa normativa del Garante ha moltiplicato l’offerta di soluzioni per l’auditing degli amministratori, ma come c’insegna Philip Dick in The Minority Report, c’è una bella differenza tra guardare e capire.
La realtà dei fatti è che alla base del rapporto tra amministratore di sistema ed utenti c’è sempre la fiducia. La fiducia che l’amministratore abbia un codice etico e lo rispetti, la fiducia che, nonostante egli abbia i privilegi di Dio, tenga sempre a mente che a maggiori privilegi corrispondono maggiori responsabilità.
L’articolo di Repubblica.it parla di “occasione che fa l’uomo ladro” e di aziende a rischio, tuttavia come datore di lavoro e come utente mi sento molto più tranquillo sapendo che chi sorveglia i miei server si comporta da onesto, ma con gli occhi del ladro.
Se invece guardo a questi ultimi 10 anni come amministratore di sistema, mi rendo conto che la minaccia principale alla salvaguardia dei dati personali degli utenti sono i datori di lavoro o committenti che pretendono dai loro amministratori di sistema delle pratiche che sono nettamente in contrasto con l’etica di questo lavoro. Sarebbe pertanto più utile che il Garante si concentrasse sulla definizione di un codice etico per gli amministratori di sistema e su una direttiva che li sottragga, per quanto è possibile, dall’influenza dei loro capi eticamente scorretti.