Giacomo Cariello

Ignazio Marino e i giovani

Nei giorni scorsi ho scritto un breve testo di propaganda pro-Marino per il sito dei Giovani Democratici della mia città, che riporto qui:

Negli ultimi 30 anni in Italia si è creato un mutuo disinteresse tra i giovani e la politica. Chi ha governato l’Italia in questo periodo ha considerato “i giovani” semplicemente come un problema da risolvere: abbiamo il problema del debito pubblico, degli immigrati e dei giovani. Così è nato il concetto di “politiche giovanili”, abusato nelle brochure elettorali di chi giovane non era più per dimostrare che anche per il problema dei giovani si stava facendo qualcosa. Naturalmente non si è fatto nulla.

C’è un corollario della legge di Murphy che dice: le conseguenze di un’azione nefasta si possono rinviare indefinitamente, a patto che la dimensione della catastrofe finale sia esponenzialmente proporzionale al tempo trascorso, e dopo Lehman Brothers sappiamo che Murphy era un ottimista. Ecco, la politica del rinviare la catastrofe è sempre stata un fiore all’occhiello dei governi italiani: si tagliano i fondi a scuole e università una fettina alla volta, perchè le conseguenze di un paese impoverito per mancanza di cultura e di competenze si vedranno solo tra qualche decade; si tagliano le pensioni di coloro che andranno in pensione tra 30 anni, così chi governa adesso può elargire pensioni più cospicue senza ritoccare l’età pensionabile e fingendo che i rendiconti finanziari siano in ordine; si favoriscono le lobbies delle fonti di energia non rinnovabili e inquinanti, ignorando i problemi di sostenibilità a lungo termine; si spendono quattrini che non si hanno mettendo in capo alle prossime generazioni un debito inestinguibile.

Tutto questo è già accaduto, per molto tempo, e ormai siamo sull’orlo del burrone, perciò per invertire la rotta non basta una piccola deviazione: i motori dell’Italia devono spingere a tutta forza nella direzione opposta.

Siccome siamo giovani, ma non siamo stupidi, questo meccanismo del rinviare sine die l’abbiamo capito benissimo. Il risultato è che la maggior parte degli under-30 considerano di poter attuare il proprio progetto di vita nonostante la politica e considerano la politica come noioso un programma tv che non ha nulla a che vedere con la realtà.

In questo scenario, Ignazio Marino è una concreta possibilità di svolta, perchè alla guida del Partito Democratico, un partito a vocazione maggioritaria, la leadership di una persona che non è compromessa con la nomenklatura consentirebbe un’inversione di tendenza: non più i giovani come un problema o come un’esigenza da mediare tra le tante, ma il riconoscimento che le giovani generazioni di italiani sono l’unica reale occasione del nostro Paese di evitare il declino.

Per fare questo, non è sufficiente spandere a pioggia qualche milione di Euro qui e là su iniziative estemporanee: Ignazio Marino riconosce che c’è bisogno di una terapia d’urto, perciò l’azione centrale dell’azione politica di Ignazio Marino sarà orientata su tre fronti:

I giovani devono avere delle occasioni
Grazie a Internet, è aumentata la consapevolezza della diversità delle condizioni di vita tra i giovani italiani e i giovani degli altri paesi occidentali. Appare sempre più chiaro che chi vale veramente in Italia, a meno che non goda di qualche raccomandazione, è condannato ad una vita da precario mal retribuito e insoddisfatto dei propri traguardi professionali. La promessa di un riscatto viene continuamente rinviata nel tempo, semplicemente rimodellando il senso delle parole: un quarantenne in Italia è ancora un giovane ( e quindi inesperto), mentre nella maggior parte degli altri paesi occidentali può realmente contendere importanti cariche pubbliche e ruoli professionali di rilievo.
Per cambiare questa situazione è necessario rompere i meccanismi che consentono a chi è già all’apice del successo professionale di perpetuare se stesso usando meccanismi corporativi: gli ordini professionali devono essere riformati in modo da agevolare l’accesso alle professioni, l’accesso al pubblico impiego deve essere regolato su principi meritocratici, è necessario riformare i contratti di lavoro introducendo il contratto unico: un contratto individuale di lavoro a tempo indeterminato, con salario minimo garantito e garanzie di reddito a protezione delle fasi di disoccupazione tra un contratto e l’altro ed infine è necessario intervenire per eliminare le disparità di percorsi e carriere legate al genere.
E’ chiaro che per offrire delle reali occasioni ai giovani non è sufficiente riattivare la mobilità sociale puntando sulla meritocrazia, ma è necessario anche aumentare il numero complessivo di carriere disponibili, dando slancio alla ripresa economica. Per questo motivo, la ricetta di Marino prevede un’azione di shock dell’economia a base di liberalizzazioni, di contrasto alle rendite di posizione e di riduzione del costo del lavoro che grava sulle imprese. Inoltre, l’azione del governo dovrà puntare in special modo all’affermazione del Made in Italy, all’innovazione tecnologica e scientifica e allo sviluppo delle energie rinnovabili.

I giovani devono avere degli strumenti
Per non sprecare le occasioni è necessario essere pronti a coglierle. Per questo motivo, la formazione è fondamentale: Ignazio Marino dice un NO chiaro alla dispersione scolastica e dei SI convinti: un SI alla all’autonomia finanziaria e organizzativa delle scuole, per l’offerta formativa, per il reclutamento, le carriere e la retribuzione degli insegnanti; un SI a nuovi centri di ricerca che adottino criteri di valutazione e assegnazione trasparenti ed internazionalmente riconosciuti, anche con un’agenzia sul modello di simili enti stranieri ed infine un SI a nuovi stanziamenti di risorse finanziarie e nuovi criteri di assegnazione, ad un livello comparabile a quello dei principali paesi europei. 
Inoltre, l’accesso a Internet deve essere libero e gratuito ed esteso su tutto il territorio nazionale come strumento indispensabile per l’accesso alla conoscenza condivisa.

Il Paese deve sincronizzarsi sul presente
Vivere in un Paese in cui la legislazione non tiene conto dell’evoluzione della società ha come conseguenza che i cittadini che maggiormente rappresentano questa evoluzione, tipicamente le giovani generazioni e coloro che sono marginalizzati ed etichettati come “diversi”, finiscano per sognare di espatriare. Chi può a volte lo fa, specialmente se ha le carte in regola per avere successo altrove: penso al cosiddetto fenomeno della “fuga di cervelli”. Chi non può si adatta a vivere da esule in patria, proprio come  tutti quegli ex elettori del PD che si sentono traditi dall’incapacità del Partito Democratico di dire parole chiare sui temi che riguardano i diritti civili.
Ignazio Marino intende riportare il Partito Democratico sul giusto binario, affermando delle idee chiare e laiche sulle quali aggregare il consenso di una larga parte dell’elettorato di centro-sinistra. Noi contemporanei che aderiamo al progetto politico di Ignazio Marino, chiediamo che lo Stato si adegui ad un linguaggio moderno e comprensibile per interagire con i cittadini e chiediamo che il nostro Paese ci garantisca di poter condurre uno stile di vita più simile a quello che è normalmente accettato negli altri paesi europei, a cominciare dalla possibilità di stipulare unioni civili e di poter redigere un testamento biologico. In altre parole, chiediamo degli standard di qualità dei diritti civili adeguati ad una democrazia avanzata.

Tributo ai numeri ludici di mfisk

Ieri sera sono stato ad un circolo del PD a presentare la mozione Marino. Il circolo in questione è formato quasi all’unanimità dai sostenitori della lista Semplicemente Democratici per Franceschini. In altre parole, il risultato è scontato. La mia presenza è soprattutto l’occasione per incontrare un gruppo di coetanei.

Finito il congresso, ricevo un SMS da uno dei coordinatori della mozione Marino della mia città, che mi chiede il risultato delle votazioni.

Mia risposta:

Franceschini: 24
Bersani: 2
Marino: 2

Sua controrisposta:

Un pareggio! Ottimo!

E poi vi chiedete com’è che il 26.5% del PD alle ultime europee sia considerato un risultato di tenuta.

Attrito ed entropia

I miei 2 cents all’ottimo post di Scorfano intitolato piccola apologia dell’attrito:

L’inadeguatezza nell’utilizzo e di certi modelli “semplificati” per descrivere a realtà complesse è un grosso limite, perchè spesso la necessità umana di semplificare per poter comprendere un processo “per intero” fa perdere di vista la sostanza. Diceva Einstein: “Simple as possible, but not simpler”. Non so se sia un limite intellettivo dell’essere umano in generale o un limite di noi esseri umani di oggi e magari domani altri esseri umani riusciranno a risolvere questo problema. In ogni caso, è un problema che affligge tutti. Si pensi a quanto può essere complicato valutare il valore potenziale di un’azienda avendo in mano solo i rendiconti finanziari.

Il concetto di attrito si presta a tutta una serie di metafore utilissime per descrivere il mondo scolastico. Per esempio nei sistemi meccanici che producono attrito, si cerca di adottare dei criteri che permettano di recuperare l’energia spesa in questo modo. Secondo me questo nella scuola non esiste, o almeno esiste molto poco: si fa molta fatica per costruire dei rapporti umani e poi questo “valore” si disperde, considerandolo come un valore semplicemente funzionale a quel ciclo produttivo. Secondo me questo è un limite strutturale, proprio del modello scolastico che vige attualmente, organizzato dalle stesse teste che hanno progettato tutti i servizi pubblici dello Stato. Infatti, a ben guardare, se penso alle similitudini tra la scuola e le poste è tutto un fiorire di metafore e gli studenti sono poco più che pacchi.
Un esempio: spesso gli insegnanti si lamentano delle lacune che i loro studenti si portano appresso dai cicli di studio precedenti, ma non esiste alcun rapporto umano tra tali insegnanti e quelli dei cicli precedenti, al massimo uno sterile rapporto cartaceo nel quale spesso si perde la sostanza (vedi sopra).
Un altro esempio: ho conosciuto ragazzi promettenti che hanno abbandonato il corso di studi e nessuno dalla scuola che abbia fatto una telefonata per chiedere “oh, ma che cazzo stai combinando?”. Chi offre il servizio scolastico è stato istruito a pensare che lui è lì semplicemente per offrire un’opportunità e chi non la sa cogliere, affari suoi. Mi chiedo: come si può costruire una società con degli strumenti così bacati?
Un altro esempio ancora: quando un ragazzo finisce un ciclo di studi, per l’istituto che l’ha promosso il lavoro finisce lì. Ci penserà la società a trovargli un lavoro o a “prenderlo in carico” in un altro ciclo. Il massimo è organizzare qualche incontro di orientamento e un servizio di reclutamento per gli ex-allievi. In pratica quando uno esce dalla scuola, spesso è come se uscisse dal carcere, con un sacco con le proprie cose e le porte di metallo del carcere dietro di sé, senza avere un’idea di cosa fare della propria vita. Chi è in gamba si cerca un posto all’estero, molti altri finiscono a fare i commessi ai grandi magazzini o gli addetti nei call-center.

In definitiva, è come avere un auto con un motore potente, ma che ha una sola marcia, uguale per tutti: si spende tanta energia per partire, si consuma tantissimo, c’è un alto livello di usura dei componenti e c’è chi va fuori coppia subito e chi in coppia non ci arriverà mai.

Nel mio settore, lo sviluppo di software, ultimamente si parla molto di “agile development”, ovvero di cambiare radicalmente le strategie di produzione in modo tale da favorire le interazioni sociali e la collaborazione piuttosto che la stesura di tonnellate di documentazione progettuale che nessuno sarà in grado di leggere. Questo è il manifesto dell’agile development. Vorrei sapere quanto c’è di “agile” nella scuola. E’ questa la mancanza di contenuti che mi spaventa di più.

P.S.: quando parlo di modello scolastico “statalista”, considero anche le scuole private come facenti parte di tale modello, giacchè è lo Stato a richiedere che esse vi si conformino.

Discorso di Barack Obama agli studenti 

Buildout!

Buildout!

Assemblea de iMille a Roma

Assemblea de iMille a Roma

A scuola non ci sono asticelle da saltare, naturalmente. Però ci sono obiettivi da raggiungere e se tu ridimensioni sempre e continuamente tali obiettivi, nessuno ci crederà più che si può fare meglio di così. Diventerà normale fare poco, sempre meno, pochissimo; ed è quindi diventato assai normale che l’asticella sia posta clamorosamente in basso.

Davide Profumo alias lo Scorfano

Parliamo di scuola, tre anni dopo.

Scrivevo di scuola, il 31 ottobre 2006, quando si era da poco insediato il Ministro Fioroni. La memoria scritta talvolta aiuta:

Ipotizziamo, per assurdo, che da oggi la scuola italiana sia gestita da un manager alla Howard Stringer (se i Giapponesi hanno chiamato un manager non giapponese per Sony, perchè non chiamare un non italiano anche noi?), uno che in pochi mesi manda a casa 10K persone. Ipotizziamo che questo tizio cominci a definire degli standard elevati per l’insegnamento e per la valutazione: chi non si piega abbastanza da fare il limbo è fuori.

Proviamo ad immaginare cosa farebbe questo manager senza scrupoli:

  • Chi non si aggiorna e sostiene degli esami di verifica ogni 2 anni perde l’abilitazione all’insegnamento, chi non impara ad usare il computer ha un malus del 25% sullo stipendio.
  • Se un insegnante è negligente, oltre al licenziamento deve pagare i danni alla scuola e ai genitori dei propri alunni.
  • Gli insegnanti che hanno un rendimento certificato sotto la media per 3 anni di fila sono sottoposti ad accertamento e affiancati da un insegnante con maggiore esperienza.
  • Le valutazioni di studenti e insegnanti sono assegnate a commissioni di non insegnanti che sono selezionate per la loro capacità di essere inflessibili e integerrimi.
  • I programmi scolastici “minimi” devono essere dettagliati, aggiornati di anno in anno e approvati da apposite commissioni di esperti miste insegnanti/non-insegnanti.
  • Gli istituti che hanno le valutazioni di merito più basse per 2 anni di fila ricevono un taglio del 10% ai finanziamenti strutturali e del 5% agli stipendi. Inoltre i genitori che hanno dei figli nelle suddette scuole hanno un aggravio fiscale per 3 anni (indipendentemente se cambiano scuola successivamente).
  • Gli studenti che hanno un rendimento generale inferiore alla media per oltre un semestre vengono affiancati da un insegnante specializzato che verifica la loro condizione di apprendimento e fissa interventi specifici con i vari insegnanti per colmare le lacune.
  • Chi rimane sotto la media per oltre 3 semestri consecutivi può scegliere se rivolgersi ad una commissione esterna per chiedere una rivalutazione del proprio curriculum, cambiare indirizzo di studi o partecipare a corsi integrativi obbligatori pagati dai genitori.
  • Tutto il software delle scuole deve essere convertito all’Open Source.
Nel giro di 4 anni, 200K persone a casa, di cui circa 50K rimpiazzate da colleghi attualmente precari.
Il risparmio e le maggiori entrate vanno principalmente al miglioramento delle risorse scolastiche (riparazione degli edifici, informatizzazione e condivisione delle biblioteche scolastiche, ammodernamento degli strumenti didattici, specialmente per le materie tecnico-scientifiche, aumento dell’offerta formativa via Internet, etc.). Il resto va a beneficio degli insegnanti che hanno almeno un’attività extra-curricolare qualificata (che porta particolare prestigio alla scuola).

Questa è la soluzione, si chiama “politica dei calci nel sedere”. I retrogradi e gli incompetenti devono diventare “la riserva indiana”.

La domanda è: siccome gli insegnanti sono un partito in crescita e i genitori responsabili sono in calo, chi ha la forza politica di realizzare un programma del genere?

La sbandierata “competizione” tra pubblico e privato non funziona, se i managers pubblici non hanno l’autonomia contrattuale con insegnanti e assistenti, se non c’è la libertà di mandare a casa gli insegnanti non produttivi e di premiare quelli super-produttivi e se la valutazione del risultato non è svolta da commissari indipendenti.

Il Tesseratore Seriale (capisc’ammè).

Le sigarette e il PD

Qualche giorno fa è aumentato il costo delle sigarette. La cosa mi riguarda in qualità di convivente di fumatrice. E’ quel genere di notizia che crea un certo nervosismo: 10 centesimi moltiplicato per, ipotizziamo, 1 pacchetto al giorno, sono 3 Euro in più al mese. Ogni tot accade e così stavolta le ho detto: “Quanto possono aumentarle prima che tu consideri seriamente l’idea di smettere?” - “Ma dai!” - “No, facciamo l’ipotesi che di 10 centesimi alla volta, arrivino a costare 6 Euro, le compri ancora? E a 7? E a 8? Facciamo 10 Euro e non se ne parla più”. Dopo qualche vano tentativo di sviare il discorso, ho avuto la mia risposta: “Quando smetterò di comprare da mangiare, saprai che le cicche costano troppo”.

Non per niente si chiama tossicodipendenza.

Le scelte razionali, al contrario, dovrebbero prevedere il concetto di stop loss. Quanto sono disposto a perdere prima di considerare l’idea di fare un passo indietro, di rivedere la strategia, prima di staccare la spina? Se non sappiamo rispondere a questa domanda, siamo in balia degli eventi. Se non sai quando fermarti, possono portarti via tutto, 10 centesimi alla volta. E’ la metafora della rana nell’acqua calda, se la temperatura sale abbastanza lentamente, la rana non se ne accorge in tempo: a furia di perdere terreno, ci siamo abituati: un punticino alla volta non fa così male, in fondo è sopportabile. Per questo è una scelta che va fatta a priori. Quando sarà il momento, ci sarà troppo panico ed emozione per prendere una decisione lucida: la speranza immotivata è un tarlo che scava senza sosta, soprattutto quando butta male, e le ipotesi più improbabili diventano quasi credibili e confortanti.

Meno di due settimane fa, la maggioranza dei delegati intervenuti all’Assemblea del Partito Democratico hanno rigettato l’ipotesi di tornare alle Primarie e hanno eletto il vice di Veltroni come suo successore. Ieri sera uno di coloro che hanno appoggiato l’elezione di un nuovo segretario, ci ha confidato che anche lui, come molti altri, era turbato dall’idea che andare alle Primarie in questo periodo avrebbe potuto incidere sul risultato delle elezioni amministrative, percui sarebbe stato irresponsabile chiedere le Primarie.

La mia domanda, a lui e a tutti gli altri che hanno sostenuto la mozione pro-segretario è la seguente: qual è la stop loss del PD? In altre parole: la strategia applicata finora, per quanto possa essere stata disastrosa, non ha convinto i delegati a cambiare rotta, a una virata brusca per evitare l’Iceberg. Già il 19 dicembre scorso, la direzione del PD, si rifiutò di fare autocritica seriamente e rinnovò la fiducia (a parole) a Veltroni. L’Assemblea, sostanzialmente, ha fatto lo stesso: di fronte al capo che tira il freno e scende, ha risposto “avanti così!”. Il passive-play per antonomasia.

Il significato è ben preciso: non abbiamo ancora toccato il fondo, c’è ancora un margine di perdita possibile, c’è qualcosa da salvare, l’importante è tenere i nervi saldi. Perciò, vorrei che chi ha sostenuto Franceschini mi dica qual è il limite minimo, la soglia psicologica oltre la quale il rischio peggiore si concretizza. Lo mettano per iscritto, a futura memoria. Quante amministrazioni locali dobbiamo perdere? Quanti punti di gradimento nei sondaggi? Quale livello della scala del ridicolo? Se la domanda avrà una risposta chiara e definitiva, mi aspetto che anche le azioni, razionalmente, ne siano la coraggiosa conseguenza. Se invece la risposta sarà tergiversante, allora vuol dire che il PD è come le sigarette.

P.S.: fatevi un appunto, all’Assemblea c’è chi sperava in un altro finale, come Ivan Scalfarotto, Pippo Civati e gli altri della Carovana, Paola Concia, che ha fatto un intervento veramente coinvolgente e altre duecento-e-passa persone che hanno avuto il coraggio di alzarsi. Coraggio, la parola chiave.

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