Giacomo Cariello

Geek Scrap 

Il mio nuovo tecno-blog, dove posterò How-tos, reviews e altre notizie assortite dal mondo dello sviluppo software e della tecnologia in generale.

Gli Splendidi

La maggior parte dei problemi sociali che la Repubblica Italiana si trova ad affrontare hanno un comune denominatore: sono causati dall’attitudine dei politici italiani a fare “gli Splendidi”, ovvero partire dal presupposto che le risorse necessarie a risolvere un determinato problema siano infinite, salvo poi lasciare nella merda chi deve risolvere quel problema concretamente.

Fare gli Spendidi è una tradizione antica e nell’Italia moderna trova le sue radici nella Costituzione. Per fare un esempio, prendiamo l’articolo 112: “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”. La Costituzione Italiana non dice come reperire le risorse per permettere il rispetto reale di tale obbligo, nè dice chi è obbligato a reperire tali risorse. In pratica, se leggiamo anche la parte sottintesa, l’articolo 112 recita: “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale e sono cazzi suoi come ci riesce”. Bisognerebbe inoltre notare che tra Parlamento, Governo e CSM, si stanno tutti impegnando affinchè questa norma sia di fatto inapplicabile.

Le tracce degli Splendidi sono bipartisan e si possono notare in qualsiasi ambito della vita del Paese:

  1. si legifera che tutti hanno diritto all’assistenza medica, salvo poi non avere le strutture adeguate per garantire i servizi, così accade che ci vogliano mesi di attesa per una TAC;
  2. si aprono cantieri per grandi opere senza stabilire la copertura finanziaria, e l’Italia si riempie di opere incompiute, che diventano vecchie ancor prima di vedere la luce;
  3. si consente allo Stato di macinare debiti su debiti senza ridurre i costi, tanto saranno i nostri figli a pagarne le conseguenze;
  4. si spendono mesi di dibattito parlamentare per promulgare leggi che poi vengono disattese in modo cronico dai cosiddetti decreti “milleproroghe”, perchè in effetti nessuno è più abituato a rispettare le regole;
  5. si mandano i soldati a fare campagne militari all’estero senza gli strumenti necessari, e intanto ci si vanta che l’Italia “ha una posizione di primo piano sulla scena internazionale”;
  6. si spendono milioni di Euro di denaro pubblico per le celebrazioni della ricorrenza dell’Unità d’Italia mentre ci sono regioni italiane in cui gli ospedali sono così fatiscenti che la protezione elettrica delle sale operatorie non è garantita, a rischio e pericolo dei pazienti.

Come se ne esce? Difficilmente la politica saprà epurarsi dagli Splendidi, perchè promettere più figa per tutti è facile e ormai viviamo in una campagna elettorale permanente. L’unica possibilità che abbiamo è un’autoterapia a base di conoscenza e consapevolezza.

Per cominciare, è bene tenere a mente che come contribuenti abbiamo il diritto di far sentire la nostra voce. Di seguito ho stilato alcune regolette che potete adottare per il vostro vivere quotidiano e che potete trasmettere a chi vi sta accanto:

  1. Quanto costa? Se un amministratore pubblico vi promette qualcosa, chiedetegli quanto ci costerà. Se non vi risponde in modo chiaro e circostanziato, vi sta prendendo in giro. Ricordatevi che il costo dell’acquisizione di risorse si calcola in termini di costo complessivo di possesso, ovvero il prezzo di acquisto, più il costo di installazione, gestione, manutenzione e smantellamento.
  2. Quanto è prioritario? Spendere pochi soldi in una miriade di capitoli di spesa è inutile, pertanto la strategia migliore è impegnare tutti i fondi pubblici per la risoluzione dei problemi primari, quelli che lo Stato è impegnato a risolvere per garantire i diritti sanciti dalla Costituzione. Perciò se il Sindaco della vostra città spende milioni di Euro per i festeggiamenti del santo patrono e poi non riesce a garantire l’assistenza agli anziani, è ora di ricordargli che lo Stato non è nel business dell’entertainment.
  3. Chi ne beneficia? L’uguaglianza è importante, ma ha un costo. Se chi vi promette un diritto omette di menzionare tale costo, vi sta prendendo in giro. Chi amministra le risorse pubbliche deve dichiarare con chiarezza i criteri di limitazione di tali costi, ad esempio limitando l’offerta di servizi o imponendo un tetto di spesa procapite o escludendo alcuni soggetti dalla fruizione gratuita. L’amministrazione pubblica può decidere di aumentare la tassazione per coprire i maggiori costi derivanti dall’estensione della copertura, ma non può ricorrere all’indebitamento per offrire servizi oltre le proprie disponibilità. Le parole chiave è trasparenza e conservatorismo.
  4. Quanto dura? Le risorse che lo Stato acquisisce sono durevoli o sono soggette ad obsolescenza? Spesso il denaro pubblico viene speso per tamponare una situazione piuttosto che per risolverla in modo definitivo. E’ importante limitare al minimo questo tipo di interventi, privilegiando le soluzioni che garantiscano dei benefici duraturi. I cittadini si sono talmente abituati a vivere nell’emergenza che non percepiscono i vantaggi di una gestione pianificata.
  5. Gestione privata? Molte spese vengono finanziate dai privati, i quali in cambio acquisiscono dei diritti temporanei sulla cosa pubblica. Il problema è che questo tipo di rapporti sono generalmente fonte di problemi, perchè in genere avviene una prevaricazione a favore del soggetto privato alla quale lo Stato non è in grado di rispondere adeguatamente. Per non parlare dei conflitti di interessi che sono all’ordine del giorno. Se il matrimonio pubblico-privato è indispensabile, è necessario porre regole ferree che stabiliscano un organismo di controllo indipendente con forti poteri sanzionatori ed è necessario ridurre al minimo la durata dei contratti di affidamento delle risorse pubbliche.
  6. Il balletto dei numeri. Chiunque voglia pavoneggiarsi dei risultati ottenuti dalla propria gestione vi agiterà sotto il naso una sfilza di numeri e percentuali. Quando ciò capita, premete il tasto PAUSE e prendetevi il tempo necessario per approfondire l’argomento: spesso i numeri sono inventati di sana pianta o manipolati ad-hoc per sostenere la tesi di chi li espone. Le regole sono due: verificare le fonti e conoscere il significato reale di tali dati.
Padova, Prato della Valle, 6:20am

Padova, Prato della Valle, 6:20am

Padova, Piazzale Savonarola, 6:10am

Padova, Piazzale Savonarola, 6:10am

Padova, Corso Milano, 6:10 am

Padova, Corso Milano, 6:10 am

Swizzeri

Dopo il famigerato referendum sui minareti nella Repubblica Elvetica, si è sollevata una polemica abnorme sulle conseguenze dei risultati e delle relative implicazioni etico-religiose.

Se la polemica è il piatto forte, io vorrei aggiungere un po’ di considerazioni di contorno:

  1. Personalmente, sono stato più volte in Svizzera (prima di sostituire il vetro anteriore dell’auto, era costellato di etichette del pedaggio annuale). L’ultima volta sono stato a Basilea per una conferenza e ho avuto l’impressione di una città a vocazione multiculturale, con un livello di integrazione delle varie etnie che qui in Italia ci sognamo. Per dirla tutta, ho avuto l’impressione che l’identità della Svizzera fosse proprio la capacità di non far prevalere una cultura sulle altre e di accettare tutte le culture chiedendo in cambio un ferreo rispetto delle regole comuni.
  2. La Svizzera ha un servizio di polizia molto efficiente: il livello di crimini procapite è circa pari a quello italiano nonostante in Svizzera ci sia un poliziotto ogni 516 abitanti, mentre in Italia c’è un poliziotto ogni 180 abitanti. Secondo il 67% della popolazione svizzera, le forze di polizia sono efficienti (in Italia il 54%).
    D’altro canto, la redistribuzione dei reati è abbastanza diversa: se l’Italia è al 25esimo posto per le rapine (in proporzione alla popolazione), la Svizzera è solo 43esima, mentre per i furti d’auto procapite l’Italia è all’ottavo posto mentre la svizzera è al 25esimo. Cito questi dati perchè in Italia il tema della religione musulmana è sempre collegato al tema dell’immigrazione, che a sua volta è collegato al tema della criminalità. Di conseguenza, mi pare utile sconfessare il teorema leghista secondo cui c’è un legame tra libertà di culto islamico e criminalità e affermare il principio che la criminalità si combatte se si combattono i criminali.
  3. Sento sempre più spesso un brusio di sottofondo che dice “se i paesi musulmani non rispettano i nostri costumi, perchè noi dovremmo rispettare i loro?”. Ebbene, a mio avviso questa posizione è inaccettabile. Secondo la nostra Costituzione, nei principi fondamentali non modificabili, è scritto “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.”. Tra le suddette norme c’è la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che sancisce, a riguardo dell’applicazione dei diritti, che “nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del Paese o del territorio cui una persona appartiene” e in generale sulla religione è sancito che “ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti”.
    Tra l’altro, nel prologo della suddetta dichiarazione, c’è una frase che andrebbe ficcata nella testa di certi sciagurati: “…è indispensabile che i diritti dell’uomo siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione”.
  4. Infine, sui minareti, una cosa che non ho sentito da commentatori e opinionisti: in molti stati a maggioranza musulmana, come ad esempio in Egitto, c’è un acceso dibattito sull’uso dei minareti: il richiamo alla preghiera fatto con altoparlanti a varie ore del giorno e della notte rende difficile la convivenza. Ho soggiornato un paio di notti al Cairo e devo dire che non è una cosa che passa inosservata. Francamente, conoscendo il rigore e l’austerità svizzera, penso che il voto al suddetto referendum abbia poco a che vedere con la libertà di culto e molto a che vedere con il timore che si moltiplichino i muezzin scassacazzi megafonati :-P

Diversamente insultati

Da quando le preferenze sessuali, la disabilità e la razza hanno smesso di essere motivi legalmente validi per uccidere qualcuno, abbiamo assistito ad un fenomeno linguistico molto interessante.

Nonostante non fosse più un reato, il marchio d’infamia della omosessualità veniva descritto con epiteti dispregiativi quali frocio, culattone, piglanculo e così via. L’intento offensivo era palese: talvolta la parola frocio era usata anche nei confronti di eterosessuali allo scopo di schernirli, di accomunarli agli omosessuali.

Ad un certo punto, grazie a tutta una serie di circostanze (le istanze del movimento GLBT, una certa filmografia hollywoodiana particolarmente commovente, etc) in una parte rilevante della popolazione ha cominciato a farsi strada l’idea che per restituire dignità all’omosessualità era necessario utilizzare un vocabolo scevro da connotazioni negative per riferirsi ad un omosessuale e la scelta ricadde su gay.

Inizialmente l’orizzonte era diviso tra la popolazione civilizzata, che si era adeguata a questo nuovo standard lessicale e i rozzi ignoranti, che invece si ostinavano ad usare la vecchia nomenclatura.

Situazioni analoghe si sono verificate in merito alla disabilità, quando si è introdotto la locuzione portatore di handicap per riferirsi a orbi e storpi a  e idem dicasi per la razza, con la progressiva introduzione del termine nero al posto di negro.

Nella scia di questi cambiamenti linguistici, si sono verificati due fenomeni interessanti. Il primo riguarda i nativi di quest’epoca educati fin da piccoli al politically correct. Per loro (noi) la parola frocio ha ormai acquisito una connotazione stonata, come fosse un congiuntivo sbagliato.

L’altro fenomeno è che una parte maggioritaria di coloro che auspicavano le suddette mutazioni linguistiche erano convinti che cambiando il lessico, sarebbero cambiati anche i concetti. Invece, purtroppo, se chiami una lavatrice “frigorifero”, continui comunque a metterci dentro i panni sporchi. Perciò, è successo l’ovvio: i nuovi termini “neutrali” hanno cominciato ad assumere i significati negativi che erano attribuiti ai vecchi termini e la connotazione negativa è stata semplicemente trasferita al senso del discorso. La parola “gay”, usata come insulto, ha mutuato appieno i significati accessori di “effemminato” e “inetto” dal termine “frocio”.

Infine, una curiosità: l’estremizzazione del linguaggio politically correct, molto in voga di questi tempi, ha alcuni effetti collaterali degni di nota: la transizione da storpioportatore di handicap fino a diversamente abile ha contaminato anche il lessico giuridico, perciò il regolamento di servizio dell’autobus dice che bisogna cedere il posto alle persone diversamente abili. Sebbene questa locuzione non aggiunga o tolga nulla alla condizione di chi è disabile se non rimarcarne la diversità, è una definizione talmente generica da includere le diversità positive, perciò se sull’autobus c’è qualcuno particolarmente intelligente, è il caso di lasciargli il posto a sedere.

La casta

In rete serpeggia un certo stupore per la notizia data dal Corriere secondo cui la Banca di Credito Cooperativo di Roma si appresterebbe ad offrire come bonus per il prepensionamento la possibilità di far subentrare un figlio al posto del padre.

Personalmente, non mi stupisce affatto, e non mi stupisce nemmeno che i sindacati abbiano accettato di buon grado questa soluzione. Considerate le attuali condizioni del mercato del lavoro in Italia, questo tipo di situazioni sono una normale conseguenza.

Un po’ di materiale per riflettere:

  1. La Heritage Foundation è un noto think-tank statunitense di stampo conservatore che annualmente rilascia un rapporto intitolato “Index of Economic Freedom”, il cui sottotitolo decisamente esplicativo è “The link between economic opportunity and prosperity”.
    Il suddetto rapporto stila una classifica della libertà economica delle nazioni, sulla base di 10 parametri di riferimento, come ad esempio i diritti sulla proprietà privata, la dimensione della pubblica amministrazione e il livello di corruzione. Tra i suddetti parametri c’è una valutazione sulla cosiddetta “Labor freedom” che viene calcolata sulla base di sei fattori:
    1. Rapporto tra il salario minimo e il valore aggiunto medio per lavoratore
    2. La difficoltà di assumere lavoratori aggiuntivi
    3. La rigidità dell’orario di lavoro
    4. La difficoltà di licenziare lavoratori in eccesso
    5. L’obbligo di preavviso di licenziamento
    6. L’obbligo di indennità di malattia
    L’Italia, che nel rapporto 2009 si classifica complessivamente al 76esimo posto, perdendo rispetto all’anno precedente, sulla Labor Freedom prende un voto di 61.3 su 100. Per fare un raffronto, gli USA sono al 95, il Regno Unito al 78, il Belgio al 70, l’Austria al 78 e la Danimarca al 99.
  2. Se è vero che Internet ha una risposta per tutto, se cercate su Yahoo Answers in Italiano la domanda “Come faccio a licenziare un dipendente?”, la risposta unanime è essenzialmente “portalo all’esasperazione in modo che sia lui/lei a dimettersi”, visto che normalmente un licenziamento porta con sè strascichi legali che fanno lievitare i costi per l’impresa. Senza contare che a livello giudiziale, anche qualora il comportamento del dipendente abbia compromesso in modo definitivo il rapporto di fiducia (situazioni che vi farebbero rompere un’amicizia decennale, per dire), il giudizio di legittimità del licenziamento tende comunque ad escluderne la validità.
  3. Al termine del periodo formativo, chi è alla ricerca della prima occupazione spesso si adatta a fare uno stage: un periodo di lavoro non retribuito in cui dovrebbe imparare concretamente a lavorare. La realtà dei fatti è che gli stage non servono ad un tubo: se una persona è già qualificata per svolgere un lavoro tipicamente trova un impiego immediatamente, o si mette in proprio, o sta già lavorando mentre completa il corso di studi.
    Nella maggior parte dei casi, tuttavia, gli stageurs sono sostanzialmente impreparati a ciò che li attende e la capacità di diventare pienamente operativi va molto al di là dei 2-3 mesi di stage. Normalmente l’azienda che li accoglie prende atto della loro sostanziale inadeguatezza e li mette a fare le fotocopie o ad aggiornare l’inventario: un’opportunità viene sprecata e lascia il posto ad una tassa occulta del mondo imprenditoriale.
    Del resto, se un giorno ti arriva un ragazzo che ha fatto un corso di computer grafica e ti dice che Photoshop l’ha usato un paio di volte in tutto, il massimo che puoi fare è dargli dei pennarelli e metterlo a colorare i quaderni con le figure.
  4. Non escludo che il fatto che io sia un imprenditore e parli apertamente di queste questioni possa essere considerato dalla normativa Italiana una condotta antisindacale.

In pratica la mancanza di formazione professionale da parte del sistema scolastico/accademico e l’impossibilità di liberarsi agilmente di risorse umane inadeguate hanno due conseguenze: la prima è che le aziende usano contratti di lavoro senza tutele (Co.co.pro, lavoro a tempo determinato, stage, etc.) e la seconda è che si preferisce impostare rapporti di lavoro basati sulla conoscenza personale (la raccomandazione, il nepotismo, etc) piuttosto che basarsi sui titoli accademici o sul breve periodo di prova previsto dai contratti nazionali.

Non è necessario dire che entrambe le conseguenze sono perniciose per il nostro Paese, perchè da un lato limitano ulteriormente la mobilità sociale e dall’altro spaccano il mondo del lavoro in due: chi è troppo protetto e chi non lo è affatto.

Quanto al caso specifico citato all’inizio, la ragione fondamentale della scelta nepotistica di Banca di Credito Cooperativo di Roma è l’unica non citata nell’articolo: il figlio che riceve un lavoro grazie all’intercessione genitoriale avrà certamente maggiori motivazioni a conservare l’impiego e rispettare il vincolo di lealtà all’azienda.

Bing (giallo) e Google (rosso), due nuovi arrivati in famiglia

Bing (giallo) e Google (rosso), due nuovi arrivati in famiglia

Ignazio Marino e i giovani

Nei giorni scorsi ho scritto un breve testo di propaganda pro-Marino per il sito dei Giovani Democratici della mia città, che riporto qui:

Negli ultimi 30 anni in Italia si è creato un mutuo disinteresse tra i giovani e la politica. Chi ha governato l’Italia in questo periodo ha considerato “i giovani” semplicemente come un problema da risolvere: abbiamo il problema del debito pubblico, degli immigrati e dei giovani. Così è nato il concetto di “politiche giovanili”, abusato nelle brochure elettorali di chi giovane non era più per dimostrare che anche per il problema dei giovani si stava facendo qualcosa. Naturalmente non si è fatto nulla.

C’è un corollario della legge di Murphy che dice: le conseguenze di un’azione nefasta si possono rinviare indefinitamente, a patto che la dimensione della catastrofe finale sia esponenzialmente proporzionale al tempo trascorso, e dopo Lehman Brothers sappiamo che Murphy era un ottimista. Ecco, la politica del rinviare la catastrofe è sempre stata un fiore all’occhiello dei governi italiani: si tagliano i fondi a scuole e università una fettina alla volta, perchè le conseguenze di un paese impoverito per mancanza di cultura e di competenze si vedranno solo tra qualche decade; si tagliano le pensioni di coloro che andranno in pensione tra 30 anni, così chi governa adesso può elargire pensioni più cospicue senza ritoccare l’età pensionabile e fingendo che i rendiconti finanziari siano in ordine; si favoriscono le lobbies delle fonti di energia non rinnovabili e inquinanti, ignorando i problemi di sostenibilità a lungo termine; si spendono quattrini che non si hanno mettendo in capo alle prossime generazioni un debito inestinguibile.

Tutto questo è già accaduto, per molto tempo, e ormai siamo sull’orlo del burrone, perciò per invertire la rotta non basta una piccola deviazione: i motori dell’Italia devono spingere a tutta forza nella direzione opposta.

Siccome siamo giovani, ma non siamo stupidi, questo meccanismo del rinviare sine die l’abbiamo capito benissimo. Il risultato è che la maggior parte degli under-30 considerano di poter attuare il proprio progetto di vita nonostante la politica e considerano la politica come noioso un programma tv che non ha nulla a che vedere con la realtà.

In questo scenario, Ignazio Marino è una concreta possibilità di svolta, perchè alla guida del Partito Democratico, un partito a vocazione maggioritaria, la leadership di una persona che non è compromessa con la nomenklatura consentirebbe un’inversione di tendenza: non più i giovani come un problema o come un’esigenza da mediare tra le tante, ma il riconoscimento che le giovani generazioni di italiani sono l’unica reale occasione del nostro Paese di evitare il declino.

Per fare questo, non è sufficiente spandere a pioggia qualche milione di Euro qui e là su iniziative estemporanee: Ignazio Marino riconosce che c’è bisogno di una terapia d’urto, perciò l’azione centrale dell’azione politica di Ignazio Marino sarà orientata su tre fronti:

I giovani devono avere delle occasioni
Grazie a Internet, è aumentata la consapevolezza della diversità delle condizioni di vita tra i giovani italiani e i giovani degli altri paesi occidentali. Appare sempre più chiaro che chi vale veramente in Italia, a meno che non goda di qualche raccomandazione, è condannato ad una vita da precario mal retribuito e insoddisfatto dei propri traguardi professionali. La promessa di un riscatto viene continuamente rinviata nel tempo, semplicemente rimodellando il senso delle parole: un quarantenne in Italia è ancora un giovane ( e quindi inesperto), mentre nella maggior parte degli altri paesi occidentali può realmente contendere importanti cariche pubbliche e ruoli professionali di rilievo.
Per cambiare questa situazione è necessario rompere i meccanismi che consentono a chi è già all’apice del successo professionale di perpetuare se stesso usando meccanismi corporativi: gli ordini professionali devono essere riformati in modo da agevolare l’accesso alle professioni, l’accesso al pubblico impiego deve essere regolato su principi meritocratici, è necessario riformare i contratti di lavoro introducendo il contratto unico: un contratto individuale di lavoro a tempo indeterminato, con salario minimo garantito e garanzie di reddito a protezione delle fasi di disoccupazione tra un contratto e l’altro ed infine è necessario intervenire per eliminare le disparità di percorsi e carriere legate al genere.
E’ chiaro che per offrire delle reali occasioni ai giovani non è sufficiente riattivare la mobilità sociale puntando sulla meritocrazia, ma è necessario anche aumentare il numero complessivo di carriere disponibili, dando slancio alla ripresa economica. Per questo motivo, la ricetta di Marino prevede un’azione di shock dell’economia a base di liberalizzazioni, di contrasto alle rendite di posizione e di riduzione del costo del lavoro che grava sulle imprese. Inoltre, l’azione del governo dovrà puntare in special modo all’affermazione del Made in Italy, all’innovazione tecnologica e scientifica e allo sviluppo delle energie rinnovabili.

I giovani devono avere degli strumenti
Per non sprecare le occasioni è necessario essere pronti a coglierle. Per questo motivo, la formazione è fondamentale: Ignazio Marino dice un NO chiaro alla dispersione scolastica e dei SI convinti: un SI alla all’autonomia finanziaria e organizzativa delle scuole, per l’offerta formativa, per il reclutamento, le carriere e la retribuzione degli insegnanti; un SI a nuovi centri di ricerca che adottino criteri di valutazione e assegnazione trasparenti ed internazionalmente riconosciuti, anche con un’agenzia sul modello di simili enti stranieri ed infine un SI a nuovi stanziamenti di risorse finanziarie e nuovi criteri di assegnazione, ad un livello comparabile a quello dei principali paesi europei. 
Inoltre, l’accesso a Internet deve essere libero e gratuito ed esteso su tutto il territorio nazionale come strumento indispensabile per l’accesso alla conoscenza condivisa.

Il Paese deve sincronizzarsi sul presente
Vivere in un Paese in cui la legislazione non tiene conto dell’evoluzione della società ha come conseguenza che i cittadini che maggiormente rappresentano questa evoluzione, tipicamente le giovani generazioni e coloro che sono marginalizzati ed etichettati come “diversi”, finiscano per sognare di espatriare. Chi può a volte lo fa, specialmente se ha le carte in regola per avere successo altrove: penso al cosiddetto fenomeno della “fuga di cervelli”. Chi non può si adatta a vivere da esule in patria, proprio come  tutti quegli ex elettori del PD che si sentono traditi dall’incapacità del Partito Democratico di dire parole chiare sui temi che riguardano i diritti civili.
Ignazio Marino intende riportare il Partito Democratico sul giusto binario, affermando delle idee chiare e laiche sulle quali aggregare il consenso di una larga parte dell’elettorato di centro-sinistra. Noi contemporanei che aderiamo al progetto politico di Ignazio Marino, chiediamo che lo Stato si adegui ad un linguaggio moderno e comprensibile per interagire con i cittadini e chiediamo che il nostro Paese ci garantisca di poter condurre uno stile di vita più simile a quello che è normalmente accettato negli altri paesi europei, a cominciare dalla possibilità di stipulare unioni civili e di poter redigere un testamento biologico. In altre parole, chiediamo degli standard di qualità dei diritti civili adeguati ad una democrazia avanzata.

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